sabato 13 settembre 2014

Quando gli edifici diventano parassiti
Riccardo Melito «Stile.it» 19-04-2009
Esce per la Quodlibet l’ultimo libro di Sara Marini dedicato all’architettura parassita, quella corrente che annovera tra le sue fila progettisti come Gianluca Milesi e Peter Cook e che si occupa di rinnovare spazi ed edifici abbandonati e fatiscenti. Il nostro mondo è in perenne cambiamento e la sua costante rivoluzione è sempre più accelerata. Tutto tende ad essere effimero e passeggero, pronto ad essere abbattuto e quindi sostituito dal nuovo. Non scampano ad un destino siffatto gli edifici che tendono ad essere soggetti più di altro alle intemperie ed al progresso tecnologico. Così con il passare degli anni le facciate si disgregano, i materiali da costruzione cambiano ed, in casi tragici come quello abruzzese, i cataclismi naturali ne hanno il sopravvento.
In realtà quando gli edifici cominciano a mostrare tracce di decadenza, o quando perdono la loro funzione e vengono abbandonati, non vuol dire che abbiano esaurito tutta la loro energia. Anzi i mattoni, i materiali, il lavoro di muratura (in senso alto, quasi massone) che c’è dietro, le persone che lo hanno attraversato e le attività che vi sono state svolte continuano a lasciare la loro traccia energetica in quei fabbricati che, ad uno sguardo superficiale, possono sembrare solo tetre vestigia di un passato ormai superato.
Per chi è in grado di ‘vedere’ questo potenziale, quegli stessi palazzi parlano ancora ed il loro potere non è esaurito. Così gli squat di tutta Europa sono edifici ormai abbandonati che vengono riportati alla vita, all’interno dei quali si praticano attività benefiche per la collettività, per l’ambiente e per i singoli. Ciò che sarebbe allora dovuto essere distrutto ed abbattuto, acquista nuova vita e, ancor di più, diventa promotore di attività positive, culturali e costruttive (è proprio il caso di dirlo). Ciò dal “basso”, mentre dall’ “alto”, cioè dall’Architettura, una corrente denominata architettura parassita, si occupa di progettare e realizzare nuove costruzioni annesse e connesse ad antichi stabili.
Proprio a tale corrente è dedicato l’ultimo libro di Sara Marini (architetto, dottore di ricerca e ricercatrice presso l’Università IUAV di Venezia) “Architettura parassita. Strategie di riciclaggio per la città”, edito per la raffinata casa editrice Quodlibet, specializzata in preziosi ed interessantissimi saggi.
L’emanazione in diversi paesi europei di norme che limitano nuove edificazioni e incentivano la trasformazione dell’esistente ha infatti innescato nel dibattito architettonico del XXI secolo la ricerca di strategie di riciclaggio degli spazi dati. Ma questo movimento non è altro che la riproposizione di una pratica umana antichissima ed al contempo moderna, come abbiamo visto nel caso degli squat tanto per citare l’esempio portato prima.
L’intrusione di nuove architetture nell’esistente si prospetta da un lato come possibile modello di crescita urbana, come soluzione alla crescente domanda di densificazione urbana; dall’altro come emersione di pratiche informali che chiedono traduzioni spaziali alle repentine modifiche dell’ordinario, che vedono cambiare velocemente le destinazioni d’uso dei fabbricati e dei luoghi in genere.
Le sperimentazioni e le realizzazioni che adottano la relazione parassitaria si immettono così nel disegno urbano come commento al disegno trovato, come critica alla mancanza di aree e servizi pubblici nel susseguirsi di confini che sanciscono l’inesorabile privatizzazione dei suoli. In un’epoca di consumismo sfrenato e dilagante, un po’ di riciclaggio architettonico sembra essere una soluzione più che adeguata.

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